LA BANCHINA – Come progettare il quotidiano a 18 anni

I giovani al tempo della pandemia di Covid 19

Marco Venturini

 

Alla fine di febbraio tutto rientrava ancora nei monotoni schemi della quotidianità e nessuno si sarebbe aspettato che da lì a qualche giorno ci saremmo ritrovati a dover affrontare una pandemia globale. I ragazzi della mia età, 17- 18 anni, si sentono ancora abbastanza forti e invincibili da poter sfidare il mondo con una mano legata dietro la schiena e quando è giunta la notizia che saremmo rimasti a casa per una settimana quello che ognuno di noi ha provato è stata un’inaspettata e avventurosa emozione, nella consapevolezza che stava succedendo qualcosa di straordinario e che noi ne stavamo prendendo parte. C’era attenzione per l’evolveri della situazione in Cina, ma con la predisposizione che si ha verso le cose che non ti toccano subito da vicino e si percepiscono lontane ed estranea alla nostra vita.
In realtà le nostre speranze e sicurezze sono crollate con la medesima velocità con cui la diffusione del Covid 19 ha spiazzato il mondo intero. Abbiamo velocemente capito che quella che stavamo attraversando non si sarebbe limitata ad essere una situazione di straordinarietà, ma che molto probabilmente sarebbe diventata una terribile quotidianità. Le aspettative e i programmi che affollavano la nostra mente (serate in compagnia, feste di compleanno, inizio della bella stagione con annessa promessa di spensieratezza) erano stati spodestati con forza dall’evolversi della situazione, lasciando il posto al susseguirsi delle terribili notizie trasmesse dai telegiornali e dallo spaventoso aumentare di quei numeri che sapevamo non rappresentare solo un semplice dato.
E’ iniziata così, dopo il naturale shock iniziale che ha colpito tutti, la ricerca della normalità che non volevamo lasciare andare. Telefonate e Facetime per scambiarci opinioni sull’ultima notizia passata dal TG, per scherzare sulla nostra nuova condizione di liberi internati, per raccontare come si svolgevano le spesso comiche lezioni scolastiche, erano e sono il nostro modo per rassicurarci a vicenda, per rimanere aggrappati a quella quotidianità che tanto sottovalutavamo prima e che adesso ci manca terribilmente, per dimostrare al Covid 19, e forse a noi stessi, che siamo rimasti gli stessi ragazzi di prima, con la stessa voglia di vivere e abbracciare il mondo. La realtà la comprendiamo benissimo e sappiamo che dovremo aspettare ancora del tempo prima di poter tornare ad abbracciarci, a ballare insieme e a baciarci sotto le stelle, ma questo non ci impedisce di guardarci negli occhi, anche attraverso piccoli schermi, e dire a chi sta dall’altra parte “andrà tutto bene”.

Ci siamo ritrovati senza preavviso prigionieri della spaventosa realtà del Covid 19. Abbiamo incominciato fin da subito a cercare di trovare modi per non perdere i contatti con la quotidianità che vedevamo allontanarsi ogni giorno di più sotto i colpi delle terribili notizie che sentivamo alla televisione. Non smettevamo di scrivere sui vari gruppi e di organizzare serate e cene che sapevamo non si sarebbero comunque potute fare. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, ho capito però che non possiamo affrontare così il nuovo stato delle cose: è giusto continuare a pensare alla nostra vita prima dell’inizio di questa faticosa lotta, ma è altrettanto importante capirla e accettarla, e accettandola riuscire a trovare il lato positivo che c’è sempre dietro ogni situazione, anche se a volte nascosto e difficile da vedere. Per un ragazzo di diciotto anni, che è normalmente troppo impegnato a seguire lo studio, fare sport e dedicarsi un minimo alla famiglia, la quarantena rappresenta, vista nell’ottica giusta, un’importantissima opportunità: è infatti l’occasione per stare con se stessi, senza le frenetiche occupazioni quotidiane, e ragionare con tranquillità su tutto quello che prima era schiacciato e in qualche modo represso dal peso degli impegni di tutti i giorni; ci siamo resi conto che possiamo stare bene anche da soli e che non dobbiamo mai sottovalutare la compagnia dei nostri pensieri; possiamo finalmente leggerci un libro senza la preoccupazione di guardare l’orologio e impariamo, o meglio ri-impariamo, a prestare attenzione ai particolari, così fondamentali, ma che non si possono osservare quando si è di corsa; abbiamo compreso il vero valore del tempo e di molte cose che prima davamo per scontate o ritenevamo inutili: gli incontri casuali per strada, il sorriso di uno sconosciuto al supermercato o l’orchestra di voci e sguardi che risuona a scuola durante la ricreazione.
Tutto questo non sarebbe stato possibile se non ci fossimo fermati, se non fossimo stati obbligati, anche se da una situazione così drammatica, a mettere in discussione la nostra vita e cambiare prospettiva.
Penso si tratti di questo in fondo. Come progettare il quotidiano al tempo del Covid 19? Cambiando prospettiva.