LA BANCHINA – La medicina d’urgenza

Dottori in prima linea

Emanuela Piccotti – Responsabile Dirigente medico U.O.S.D. di Pronto Soccorso e OBI, Ist. G. Gaslini

La strada che abitualmente percorro per raggiungere l’Ospedale è vuota, senza traffico, ormai da parecchie settimane. Sulla cima della rampa di ingresso è stato costruito un box in legno da cui spunta una infermiera munita di termometro a infrarossi: misurazione della temperatura a tutti coloro che entrano in Istituto. Sono trascorsi solo poco più di due mesi da quando il 21 di Febbraio l’epidemia di nuovo Coronavirus ha colpito il nostro paese con Ia notizia dei primi casi accertati, ma la sensazione è quella di un tempo lunghissimo, sospeso.

Nei giorni, quasi tutti uguali, trascorsi a discutere, condividere schemi e aspetti organizzativi, trovare soluzioni ci si sente stanchi anche se i pazienti a cui dedicarsi in fondo sono pochi, rispetto al solito, e fortunatamente quasi mai in condizioni preoccupanti.
In Istituto Gaslini, come in molti ospedali pediatrici e non, si è insediata una Unità di Crisi permanente che costituisce la cabina di regia dell’emergenza COVID; molti operatori sanitari sono coinvolti in prima persona nella realizzazione di percorsi sicuri per i pazienti e per tutte le persone impegnate in assistenza con conseguenti notevole variazioni dell’assetto abituale.
Il Pronto Soccorso per primo è stato oggetto di modifiche organizzative allo scopo di garantire immediatamente una separazione tra pazienti con sintomi di sospetta malattia da nuovo coronavirus rispetto agli altri: pre-triage, ingressi separati, disponibilità di una tenda della Protezione Civile allestita, con grande celerità, vicino al PS, a supporto dell’attività assistenziale.
La nostra vita quotidiana di medici e infermieri di Pronto Soccorso, in prima linea, non è cambiata, sono cambiate moltissimo le relazioni con i colleghi, con i pazienti, con i genitori per le distanze da rispettare, per i dispositivi di protezione individuale da indossare, per la necessità di mantenere isolate le persone a garanzia della loro e della nostra sicurezza.
Ci si sente strani dentro agli scafandri e dietro ai visori in plexiglass, dietro le mascherine dalle fogge più diverse dalle quali emergono solo gli occhi degli operatori senza la possibilità di far percepire un sorriso di incoraggiamento o di comprensione: è difficile lavorare in questo modo ed è difficile lavorare così, con i bambini, che ci guardano con aria tra lo spaventato e il divertito senza capire.
Per una ragione ancora non del tutto chiara l’epidemia ha risparmiato i bambini sia in numero di contagi che per gravità di sintomi per cui la nostra attività di pediatri non è affatto confrontabile in impegno con quella dei medici degli ospedali generalisti a cui guardiamo con grande ammirazione. Ci siamo tuttavia preparati con attenzione per contrastare gli effetti del virus anche se l’ansia dell’incerto, del non prevedibile, dello “sperimentale” fa parte delle emozioni di ogni momento di tutti noi.


In questo clima di costante, vigile attesa e nel tentativo di mantenere i nostri percorsi per quanto possibile “Covid free” affrontiamo la cosiddetta fase 2 in cui la ripresa di una attività assistenziale un po’ più vicina all’ordinario ci farà capire dove e come intervenire con ulteriori progetti il più possibile mirati e “vicini” ai nostri pazienti.